GEOMETRIE DEL TEMPO LENTO
Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene
@ GEORG TAPPEINER
Estratto dal libro "Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene":
Geometrie del tempo lento
Werner Siefer
Ex caporedattore «National Geographic», Monaco di Baviera
Ci sono luoghi che raccontano. Di pazienza, del ritmo delle stagioni, di persone che si prendono cura della terra senza soggiogarla. Uno di questi è la regione del prosecco tra Conegliano e Valdobbiadene: forgiata dalla mano dell’uomo, racchiusa in un’anima. Una regione che respira – e che, grazie alle fotografie di Georg Tappeiner, si può non solo vedere, ma anche sentire. «Lo sento», dice mio figlio dodicenne quando diventa tutt’uno con il mondo che lo circonda. Io sento questa regione.
È calda e vuole tanto diventarne parte.
Al mattino, quando la nebbia sovrasta la valle come un velo, la terra si sveglia in un sobrio splendore. Nelle fotografie di Tappeiner questo momento diventa una scena senza tempo: un gioco di luce e buio che dice più delle parole. Le sue foto non sono semplici immagini – sono silenti poesie di luce.
Spesso il viaggio attraverso questo territorio inizia a Conegliano, dove tradizione e cultura si incontrano. Qui sorge la scuola del vino più antica d’Italia – simbolo di quel che distingue questo territorio: una sapienza che non è figlia della fretta, ma dell’esperienza. Più a ovest, lungo la Strada del Prosecco, si estende il Patrimonio mondiale dell’Umanità. Nelle immagini di Tappeiner i terrazzamenti sembrano onde – creati dalla mano dell’uomo, sorretti dalla terra, trattenuti da muri a secco che al sole del tramonto risplendono come Rune. Testimoniano dedizione e cura. Nelle foto di grande formato si vedono quasi respirare – i ciglioni, adagiati con cura sul pendio, a volte appena visibili da lontano, ma di enorme importanza per la struttura di questo paesaggio culturale.
Sorvolando la zona si capisce quanto qui uomo e paesaggio siano intrinsecamente intrecciati tra loro. Piccole aziende agricole gestite con amore, incastonate nel territorio. Tracce di trattori, sentieri stretti, pali di legno per vigneti – tutto parla di lavoro manuale, di un’agricoltura che non si fonda sullo sfruttamento ma su moderazione e pazienza.
In mezzo ai vigneti si trovano piccoli rifugi, spesso in pietra, alcuni rovinati dal tempo – raccontano di generazioni che hanno messo radici in questa terra. Dall’alto si intravedono piccole cappelle sparse, spesso costruite in cima a una collina – una croce silenziosa, un campanile, una cinta di mura. Questi luoghi denotano uno spirito premuroso, strettamente legato al tempo ordinario – con coltivazione, cura e raccolto. L’aereo che sorvola la zona riesce a cogliere una cosa che spesso sfugge all’escursionista: la fitta rete di luoghi simbolici che è una sorta di secondo tessuto trascendentale.
La catena collinare che oggi scandisce l’immagine del Prosecco Superiore si formò 30-50 milioni di anni fa, nell’Eocene e nell’Oligocene, quando la placca africana e quella euroasiatica si avvicinarono. Un processo molto lungo, durante il quale il fondo marino di quello che sarebbe diventato il Mare Adriatico venne compresso e spinto in superficie – il risultato: un elegante paesaggio collinare rigoglioso, vivace, lussureggiante, color verde intenso sul caldo versante sud delle Alpi, costituito da sedimenti marini.
Questi mari preistorici lasciavano immensi depositi di calcare proveniente da coralli, molluschi e altre creature marine. Marna, una miscela a grana fine di argilla e calcare che trattiene meglio l’acqua, e talvolta anche bande di arenaria, il cui materiale originale attraversava i delta dei fiumi per riversarsi nel mare preistorico.
Ed è proprio la variegata struttura del suolo a rendere questa regione eccezionale per la viticoltura. Basta avanzare di solo qualche metro, e già il suolo cambia – da un terreno calcareo sassoso e secco si passa a una marna umida e argillosa. Questa diversità geologica crea un mosaico di microclimi e condizioni che conferiscono al Prosecco Superiore un carattere estremamente diversificato.
I viticoltori riferiscono di un suolo “che parla” – e ogni pendio ha una voce diversa. Alcune viti crescono su un terreno secco che costringe le radici a scendere in profondità. Altre poggiano su siti più soffici e assorbenti, avvantaggiando così i vini fruttati. Anche le ultime glaciazioni sono state determinanti nel creare lo scenario attuale. All’epoca, i ghiacciai delle Alpi non giungevano fino al territorio oggi interessato dal marchio DOCG, eppure il loro disgelo fece arrivare grandi quantità di ghiaia e argilla, che sedimentarono integrandosi così nella struttura calcarea preesistente e formando strati di copertura ricchi di sostanze nutritive, soprattutto nella parte occidentale intorno a Valdobbiadene.
Questi effetti glaciali perdurano ancora oggi, dando vita a strati di terreno estremamente variegati, che differiscono tra loro a seconda dell’altezza, dell’orientamento e del grado di erosione. La geologia della regione non è solo una benedizione – è anche una sfida. Molte zone sono così scoscese e frastagliate da rendere quasi impossibile la lavorazione meccanica. L’uomo deve intervenire laddove la geologia gli limita o addirittura vieta l’uso delle macchine. Da qui il famoso terrazzamento: un compromesso pietroso ma sostenibile tra paesaggio e agricoltura – affine a tanti terrazzamenti presenti in Asia o Sudamerica. L’opera di Tappeiner rende visibile quello che altrimenti rimarrebbe nascosto: le linee di lavorazione in primavera, il riverbero opaco dell’uva matura nella luce autunnale, il gioco di ombre su un antico muro di pietre di cava. Non è una bellezza esagerata ma è reale. E dunque molto suggestiva. Le sue foto parlano di una cultura profondamente radicata nel paesaggio. Si sente: qui l’uomo lavora in sinergia con la natura. Le sue fotografie ci conducono a piccole cappelle nascoste tra i vigneti, a un casale fuori dal tempo, a una cisterna sulla cui superficie si specchia il cielo. Non mostrano solo luoghi, ma atteggiamenti. Ricordano quello che spesso dimentichiamo: la bellezza non risiede nello sfarzo, ma nella quiete discreta. Non a caso l’UNESCO ha dichiarato le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene Patrimonio dell’Umanità. Un riconoscimento che non onora solo il paesaggio in sé, ma anche chi lo crea e lo preserva. È un modello che mostra come l’uomo possa operare con accortezza e senza distruggere. In un’epoca in cui tutto diventa più veloce, più rumoroso e artificioso, questa zona dimostra di essere l’esatto contrario: misura, moderazione, mitezza.
Chi viaggia in questa terra prestando attenzione, capisce subito che la bellezza delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene non si rivela al primo sguardo, ma vive nelle sfumature, nella combinazione pacata di forme e colori, nella trasformazione della luce. Soprattutto in autunno inoltrato, quando la nebbia cala nelle valli e le ultime foglie brillano di un colore dorato, il paesaggio si trasforma in un quadro silenzioso.
In un’altra foto due antichissimi cipressi crescono su un pendio, come testimoni silenziosi. Tra loro, un campo vuoto, apparentemente insignificante. Eppure – nella composizione, nel gioco di luce e spazio – si cela una storia: del va e vieni, del cambiamento e dell’attesa. Messaggi silenziosi che Tappeiner elabora magistralmente. I suoi lavori non raccontano in colori sgargianti, ma in toni intermedi.
Le immagini contemplano anche le stagioni. La primavera con i suoi teneri germogli e la foschia leggera; l’estate, con i pendii di un verde carico e la luce scintillante; l’autunno color oro intenso e la sua abbondanza serena – e infine l’inverno: spoglio, quasi grafico, ma mai inanimato. In queste foto si concentra l’essenza delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene: un tempo ordinario in cui l’uomo resta coinvolto, racchiuso in contesti più grandi.
Chi prende il libro in mano e dà una scorsa alle foto capisce che questa è una raccolta di omaggi silenziosi – al paesaggio, alle persone, al tempo in sé. Niente è ornato per fare scalpore, niente fa rumore. Eppure ogni immagine resta impressa, come un ricordo indelebile.
Al termine di questo viaggio, dando un’occhiata all’ultima immagine – forse una collina al tramonto, forse solo una viuzza deserta tra due muri – si prova una sensazione difficile da decifrare: gratitudine. Perché ancora esistono luoghi come questo. Perché qualcuno li preserva con tanta cura. E perché siamo invitati a vederli – con più lentezza, più cura, più franchezza. Ma, infine, anche perché possiamo gustarceli.
Questo libro è un appello alla percezione silenziosa. Non chiede nulla – ma dona molto. Per chi si lascia coinvolgere, un giorno il Prosecco Superiore non sarà più una semplice bevanda, ma l’espressione di un paesaggio centenario, che vive perché l’uomo vi lavora, ne crea l’immagine, se ne fa un’idea. Lo sento.